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Una crisi che ha molte angolazioni e che certamente ha come causa, tra le altre, l’emergere della soggettività femminile, frutto dei movimenti delle donne degli ultimi trent’anni. Il problema serio è che, a differenza dei femminismi, che molto hanno sedimentato e prodotto, anche a livello istituzionale [ad esempio gli «womens’ studies» e i centri di documentazione solo per citarne alcune tracce], questa crisi di identità non ha dato luogo a frutti di elaborazione e aggregazione così evidenti e stabili. Paradossalmente si può dire che, mentre si fa un gran parlare del silenzio femminile [fuori e dentro i movimenti], è del silenzio maschile che varrebbe la pena di occuparsi, dell’assenza di voci nuove e diverse che riescano a dar conto della narrazione di un cambiamento in atto, se pur in piccoli numeri.
.A dire il vero, c’è un ambito dove la voce maschile si fa sentire, e vale la pena di prenderla in considerazione, visto che l’investimento economico per amplificarla è grandioso, come ad esempio il tappezzamento della metropolitana di Parigi con grandi cartelloni per pubblicizzarli: i nuovi magazine «maschili». Il vociare è assai diverso da quello di Playboy e Playmen: se questi puntavano sulle immagini del corpo femminile, tranne rari articoli di firme prestigiose, questa ultima generazione [Fox, Men’s Health, Men’s Magazine], punta sulla scrittura e sul corpo dell’uomo per l’uomo, e lanciano l’offensiva verso le donne con slogan come «Ricorda che da che mondo è mondo è lei che ti stira le camicie» oppure «Il mondo come Uomo comanda». Gli articoli non solo promettono ricette per una forma fisica perfetta [una ossessiva presenza della religione «sodo e tonico» ad ogni costo] ma anche consigli per «tenere a bada» le avversarie.
.Per esempio: «Strategie per fare colpo su una donna: tenere in braccio un bebè senza sembrare a disagio. Donne colpite molto favorevolmente: 75 per cento. Il trucco: tieni il bambino in verticale tenendogli la testa e il collo appoggiati al tuo petto, per sostenerli. Fallo saltellare delicatamente se si lamenta, passalo a qualcun altro senza farti prendere dal panico se puzza». Espliciti gli editoriali sul sesso, di taglio «che s’ha da fà per rimorchiare»: «Gli esperti sostengono che le donne hanno bisogno di quindici minuti di preliminari. Diciamolo: un terzo di un tempo di partita di calcio non è poco. Passato a fare preliminari, poi, sembra un’eternità. A noi, lo sappiamo tutti, basterebbe molto meno [per proseguire col clima calcistico, ci fermeremmo al primo fallo]». E via andare. Che ne pensa Sandro Bellassai, storico, uno dei pochi uomini che in questi anni, nella rete Maschileplurale [01], lavora per avviare anche in Italia una riflessione di genere dal punto di vista degli uomini? «I magazine maschili sono la versione nostrana di fenomeni editoriali, e più in generale di orientamenti politico-culturali già presenti da tempo in altri paesi, Usa in primis. È indubbiamente un ‘backlash’, sarà troppo banale ma è così: le trasformazioni dei modelli femminili e in generale le insicurezze diffuse a tutti i livelli dell’identità si riflettono ovviamente sulla mascolinità, e spingono gli uomini ad appoggiarsi ad autorappresentazioni in termini di virilità, dominio, potere. È la solita relazionalità del maschile e del femminile, per cui gli uomini non possono permettersi di stare fermi se le donne si muovono, anche andando ‘indietro’. Di nuovo c’è che l’identità maschile in quanto tale esce parzialmente dalla tradizionale invisibilità, e non è poco: questi maschi parlano e si presentano in quanto maschi e non in quanto ‘persone’ neutre. Già questo la dice lunga sulla rilevanza del confronto/competizione con le donne: è di fronte all’altra che vediamo noi stessi. Decenni fa l’altra era considerata muta, cieca e invisibile: adesso che il suo sguardo e la sua parola hanno acquisito una dignità sociale difficile da ignorare, e quindi gli uomini diventano ‘oggetto’ di sguardo [vedi Full Monty], essi non possono fare a meno di vedere se stessi, quella parte sessuata di sé che prima faceva loro comodo ignorare».
. In Italia, e più in generale nei paesi europei più vicini, come Germania, Francia e Inghilterra, una delle trasformazioni delle abitudini maschili a cui si è dato più risalto nei media è il fenomeno del «mammo», orribile neologismo che sottende, nel concreto, l’assunzione priva di responsabilità, creatività e autonomia da parte del neopapà del ruolo materno [in fotocopia] supplente. «Miss Doubtfire», il film, docet. Silenzio totale, tranne che sulle riviste femminili, nelle rubriche dedicate alla sessualità, sullo stato delle relazione uomo–donna, con rare eccezioni per le analisi emergenziali sulla famiglia, quando la cronaca nera si impone e le statistiche ci informano che i delitti tra consanguinei, conoscenti e colleghi hanno superato, per ferocia e numero, quelli tra sconosciuti. E che sono gli uomini in grande maggioranza gli assassini, e le donne [con bambini e bambine] le vittime.
. Possibile che una trentina d’anni di movimenti delle donne non abbiamo provocato alcuno smottamento nelle relazioni tra i sessi, e ingenerato tra gli uomini qualche, seppur lieve, spostamento? Non è del tutto così. L’attività più evidente non è all’esterno, [qualche anno fa ci provarono gli «uomini in nero», in occasione dell’8 marzo, a chiamare i maschi ad una presenza specifica contro la violenza maschile, e non ci fu seguito], ma le sorprese arrivano da Internet, dove vale la pena di navigare alla ricerca di virtuali agorà maschili. Stile di analisi, spunto d’esordio, capacità di comunicazione e creazione di rete sono assai differenti nei diversi luoghi del web, ma in tutti è trasparente un fattore comune: il rifiuto della violenza sulle donne. È il caso del sito nato in Canada dopo il massacro di Montreal, quando il 6 dicembre del 1989 un giovane di 25 anni entrò in una scuola e fece fuoco, uccidendo quattordici studentesse, scelte proprio perché donne, e ferendo gravemente altre tredici persone. Lo shock fu enorme, e nel nome delle vittime fu avviato uno straordinario dibattito che ha portato il Canada ad essere non solo lo stato che ha un numero di persone con il porto d’armi più basso nel Nord America, ma anche ad avere un programma di monitoraggio e di attenzione alla violenza tra i giovani mai eguagliato nel continente americano. Non è un caso che nel magistrale «Bowling a Columbine» il regista, Mike Moore, metta in bocca ad un ragazzo canadese la frase «non capisco perché negli States tutti sono armati; noi quando ci sono problemi parliamo». Nel sito sono riportati i link del web ring dedicati alle associazioni maschili contro la violenza, dove rintracciare persino i kit di aiuto immediato per uomini in difficoltà a controllare l’aggressività, nonché i siti mondiali della campagna «white ribbon», fiocco bianco, simile come logo a quella per sostenere la lotta all’Aids e alla discriminazione nei confronti delle persone malate, dedicata in questo caso alla sensibilizzazione contro la piaga della violenza alle donne, dentro e fuori la famiglia. Tra i link segnalati colpiscono quelli latino-americani, brasiliani in particolare, che stanno facendo un grande lavoro contro la cultura «machista» specialmente tra i ragazzi, e globalmente impressiona la creatività grafica e l’impegno a comunicare speranza, nonviolenza e positività nella grafica e nei contenuti.
.Più aggressivo e rivendicativo il sito italiano «Uomini 3000», portale utile per connettersi con le risorse italiane in materia. Rino Barnart, gestore del sito, spiega così i motivi dell’aggressività del portale nei confronti del femminismo: «Le donne hanno il pieno diritto di combattere per i propri interessi e il proprio potere in tutte le forme possibili, hanno anche il pieno diritto di negare che questa lotta avvenga contro i maschi dissimulandola come lotta contro il maschilismo. Anche questa dissimulazione è legittima perché fa parte del conflitto. Il punto è che anche gli uomini stanno incominciando a fare altrettanto, ma questo loro diritto viene negato sulla base del fatto che essi sono ancora i privilegiati. Le donne raccontano la loro storia ed esigono che sia creduta. Anche gli uomini incominciano a farlo ma il loro racconto viene dichiarato falso in quanto, se vero, potrebbe rappresentare una fonte di vincoli e di responsabilità per le donne». Il sito è molto visitato, e sono in molti i giovani che vi fanno riferimento, segno che l’assenza di punti d’approdo e di modelli è un problema diffuso. «Le nuove generazioni sono sempre più diversificate come identità maschile», spiega ancora Bellassai: «Questa è già una dinamica di crisi-trasformazione della mascolinità: le opzioni identitarie si moltiplicano, non esiste più una norma trascendente e assoluta ma si afferma progressivamente una sorta di libero arbitrio identitario. Molti ragazzi sono oggi incredibilmente a loro agio di fronte al femminile in trasformazione o al maschile ‘eterodosso’. Altri, naturalmente, seguono la vecchia strada del sentirsi meno ‘uomini’ se deprivati del potere sulle donne come genere [nel loro complesso], o di una parte di esso. E quindi reagiscono nell’unico modo che conoscono: rafforzare i tratti legati alla forza, alla violenza, affermare con le cattive un dominio che non è più disponibile con le buone. Lo stupro può essere considerato anche come la drammatica occasione di affermare simbolicamente e materialmente tutto questo».
.Fatto questo quadro, che cosa aspettarsi dagli uomini, in un ragionevole futuro di breve periodo, accanto e oltre la cifra ragguardevole di oltre 459 miliardi in prodotti cosmetici spesi nel 2001?«Per gli uomini nel loro complesso, la legittimazione a una certa cura di sé, dal punto di vista estetico, è un fenomeno abbastanza nuovo, cinquant’anni circa - risponde Bellassai - Questo è diventato possibile quando gli uomini sono stati rassicurati da se stessi [dalla pubblicità, dalla cultura di massa, dagli ‘esperti’ della psiche umana] che non sarebbero diventati meno virili per il fatto di essere più attenti al proprio aspetto, cosa che prima, e per molti anche dopo, era associata all’effeminatezza. Ed essere tacciati di effeminatezza è una delle più terribili angosce degli uomini, che in definitiva si sentono sicuri solo entro un chiaro e invalicabile recinto identitario, e solo piazzati su un piedistallo che li ponga, loro uomini bianchi occidentali eterosessuali ossessionati dal dover esibire la propria virilità in ogni momento pubblico e privato della vita, al di sopra delle donne e degli uomini ‘devianti’. Finché non si esce dal circolo vizioso virilità-potere-sicurezza non so quanto si possa e si voglia praticare un confronto realmente costruttivo con l’altra e gli altri. Molto è già in movimento, perché sempre più ragazzi e anche uomini rifiutano questa ideologia prescrittiva della virilità, ma bisogna considerare che non abbiamo a disposizione modelli di mascolinità, culturalmente tramandati, in cui non sia sempre presente il legame fondante potere-identità. E quindi ci vorrà un po’, prima di vedere qualcosa di nuovo in giro: qualcosa di ampio e diffuso, intendo».
.Monica Lanfranco - [Carta (n. 38/2003)] - [www.carta.org]
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[01] Gruppo pro-femminist "filo-femminista", viene indicato con tale termine quei gruppi di uomini che secondo le teorie femministe si "assumono la colpa di genere" e si sentono in debito verso il genere femminile cercando di "rieducare" altri uomini a rinnegare la propria maschilità' per abbracciare una cosiddetta "nuova maschilità" secondo la teoria femminista. [...] Movimenti di uomini non anti-femministi - [Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.]
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Tra gli altri gruppi pro-femminist ci sono: Maschio per obbligo, Maschileplurale, Il cerchio degli Uomini e Uomini in cammino o "Gruppo Uomini di Pinerolo".
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Proprio da quest' ultimo sito:
Tra gli altri gruppi pro-femminist ci sono: Maschio per obbligo, Maschileplurale, Il cerchio degli Uomini e Uomini in cammino o "Gruppo Uomini di Pinerolo".
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Proprio da quest' ultimo sito: