A seguito della sconfitta della Germania, nella prima guerra mondiale, i banchieri alleati e tedeschi — sotto la guida dei Rothschild, Warburg e Rockefeller — dettarono il trattato di Versailles: alla Germania sarebbe spettato l'onere di pagare 132 miliardi di marchi oro come forma di riparazione. Di conseguenza, la banca centrale tedesca per rispettare gli accordi pattuiti con le ""nazioni vincitrici"" iniziò a stampare moneta in modo compulsivo ma ciò favorì l'iperinflazione. Dunque, i tedeschi, si trovarono costretti a spostarsi con valige cariche di denaro per comprare beni o servizi, i cui prezzi, aumentavano quotidianamente. L'ascesa di Hitler portò ad un deciso cambio di rotta: le politiche naziste condussero la Germania al boom economico e ciò permise di immettere nel circuito lavorativo milioni di persone, di ripristinare l'ordine sociale, riassorbire l'iperinflazione e trasformare la Germania in una superpotenza mondiale.
Hitler riuscì nell'impresa grazie al sostegno del suo banchiere di fiducia, Hjalmar Schacht. Il quale nazionalizzó la Reichsbank e la pose sotto il diretto controllo dell'establishment politico tedesco. La nuova valuta aveva la peculiarità di essere emessa sul "lavoro fatto" — fu premiata la forza lavoro come motore dell'economia e della creazione di ricchezza — slegata, quindi, dal valore dell'oro. Ciò garantì al Führer di applicare gli escamotage tecnici più efficaci per rendere la produzione industriale germanica completamente autonoma dai prestiti stranieri. La riforma monetaria nazista produsse un miracolo economico che non ha, a tutt'oggi, precedenti nella storia.

