C'è una domanda che la narrazione ufficiale evita con cura quasi religiosa. Se la Polonia fu davvero la "linea morale" oltre la quale l'Europa non poteva più tollerare l'aggressione, perché quella linea valse per Hitler il 1 settembre 1939 e non valse per Stalin il 17 settembre?
Due settimane dopo l'invasione tedesca, anche l'Unione Sovietica entrò in Polonia. Non con un comunicato di solidarietà ma con l'Armata Rossa. Da est. Eppure, a quel punto, la grande indignazione delle plutocrazie cambiò tono. La Polonia, improvvisamente, non era più il principio sacro da difendere fino in fondo. Divenne un problema geopolitico, una complicazione, un fatto da assorbire.
Allora diciamolo chiaramente senza prenderci per il culo: la Polonia fu il casus belli contro la Germania nazista, ma non fu trattata come un principio universale. Se lo fosse stata, l'aggressione sovietica avrebbe dovuto provocare la stessa risposta. Mentre ci fu una indignazione a corrente alternata.
Il massacro di Katyn?
Per anni, l'assassinio di migliaia di ufficiali, funzionari, intellettuali e prigionieri polacchi fu coperto, deformato, spostato addosso ai nazisti dalla propaganda promossa dalle plutocrazie. La responsabilità sovietica, negata e occultata, sarebbe poi emersa con forza sempre maggiore. Una menzogna rimasta in piedi per decenni sui "libri di storia".
L'invasione della Polonia da parte del Führer fu il pretesto perfetto per una resa dei conti ormai inevitabile con la Germania hitleriana. Allora smettiamola una volta per tutte con le stronzate.
La Seconda guerra mondiale non nasce da una morale cristallina. Nasce da ambizioni imperiali, paura della Super Germania, per un sistema economico rivoluzionario scevro dal debito.
Chi ricorda solo metà della Polonia non sta facendo storia ma propaganda.
