Hanno approvato il reato di femminicidio.
Un nuovo tassello nella deriva culturale di un Occidente che ha perso la bussola, la logica e, soprattutto, il senso dell'eguaglianza. Ora, ufficialmente, l'omicidio di una donna viene collocato in una categoria separata e speciale, come se la vita di un essere umano potesse essere pesata su una bilancia identitaria. Questa non è giustizia, è propaganda. Non prendiamoci per il culo.
È l'ennesima porcata figlia di un clima dove la politica non risolve i problemi ma li trasforma in slogan. Dove non si analizzano i dati: si costruiscono narrazioni monodirezionali. Dove ogni tragedia femminile viene elevata a emergenza nazionale, mentre i migliaia di uomini che muoiono ogni anno (nei cantieri, negli incidenti, nelle violenze) scivolano silenziosamente nei trafiletti. Il messaggio implicito è che esistono vittime di serie A e vittime di serie B. E tu, se sei uomo, non appartieni alla serie A. La tua morte non è un "fenomeno".
Non genera dibattiti.
Non ispira leggi speciali.
Non smuove coscienze.
È l'Occidente che si specchia nel proprio delirio ideologico e si applaude da solo, mentre la realtà crolla.
La verità è che quando una civiltà comincia a classificare le vittime in base al genere, è già oltre il punto di non ritorno.
Non sta proteggendo nessuno. Sta solo nutrendo un immaginario tossico, dove l'uomo è colpevole per definizione e la donna vittima per decreto. E mentre l'Occidente si aggrappa alle sue liturgie progressive, continua inesorabile la sua caduta: natalità azzerate, cultura identitaria dissolta, assenza totale di modelli, nichilismo travestito da libertà. Strozzato dalla moneta-debito.
Quello che stiamo vedendo oggi non è una battaglia di civiltà. È la testimonianza di un continente che non sa più chi è, cosa crede e cosa difende. Il reato di femminicidio non è una conquista. È il simbolo di un mondo alla deriva. Un Occidente che ha perso la bussola.
