C'è una storia che ci ripetono come fosse un mantra: Hitler impazzì quando Jesse Owens vinse alle Olimpiadi del 1936; sconvolto "dal nero che batteva gli ariani", si rifiutò di stringergli la mano e lasciò lo stadio. È un racconto comodo, rassicurante, costruito per far sembrare tutto semplice. Il male da una parte, il bene dall'altra. Peccato che sia una colossale menzogna storica. E sapete chi lo disse per primo? Jesse Owens stesso.
Owens raccontò senza giri di parole: "Hitler non mi snobbò. Il mio presidente, Roosevelt, sì." E qui la faccenda diventa interessante. Perché negli Stati Uniti del 1936 la segregazione razziale non era un'opinione era legge.
Roosevelt (colui che oggi viene celebrato come baluardo di democrazia) si rifiutò di ricevere Owens alla Casa Bianca. Niente telegramma. Niente stretta di mano. Niente.
In Germania, Owens mangiava allo stesso tavolo degli altri atleti. Negli Stati Uniti, alla sua festa a New York, fu costretto a entrare dall'ingresso di servizio di un hotel che, per le "regole di casa", vietava l'ingresso ai neri dalla porta principale.
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Ci sono bugie. E poi ci sono le bugie di Stato, quelle così gigantesche che finiscono nei libri di scuola, nei musei, nelle enciclopedie. Katyn appartiene a quest'ultima categoria.
Per cinquant'anni (CINQUANT'ANNI DI STRONZATE) al mondo è stato raccontato che il massacro di 22.000 ufficiali e intellettuali polacchi, nel 1940, fosse opera dei tedeschi. Un "crimine nazista", un altro tassello comodo da cucire sulla divisa del male assoluto. Peccato che i tedeschi non c'entrassero nulla. Furono i sovietici della NKVD a giustiziare quegli uomini uno a uno con un colpo alla nuca. Documenti, archivi, testimonianze. Tutto è lì, nero su bianco. Allora perché per mezzo secolo il mondo ha ripetuto che furono i tedeschi? I manuali di storia del dopoguerra avevano bisogno di una narrativa semplice, da una parte i "liberatori", dall'altra i "mostri".
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Il 1° settembre 1939 la Germania invase la Polonia. Il 3 settembre, dopo appena 48 ore, Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra a Berlino "per difendere la Polonia". BELLA FAVOLA. Peccato che, quando l'Unione Sovietica invase la stessa Polonia il 17 settembre, Francia e Gran Bretagna non mossero un dito. La verità-semplice è che la Polonia fu un pretesto. Il bersaglio reale era la Germania, diventata un corpo estraneo al sistema economico anglo-americano. Berlino aveva: il sistema MEFO che aggirava le banche internazionali; accordi di compensazione con 25 Paesi; una moneta sottratta alla speculazione; la Reichsbank nazionalizzata il 15 giugno 1939; un'economia autonoma dalla sterlina e dal dollaro.
Un modello che non dipendeva dal credito estero. Un modello che rompeva gli equilibri del potere finanziario globale. La Germania andava fermata non per l'aggressione (identica a quella sovietica) ma perché stava costruendo un'economia alternativa, funzionante e incontrollabile. L'URSS, invece, fu lasciata fare. Non era un concorrente economico, non minava l'ordine finanziario, e poteva tornare utile come alleato.
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Nella versione sempificata della storia, la Polonia del 1939 fu una vittima pura e senza ombre. Una verginella. Nella realtà, il quadro fu molto più torbido. La Polonia iniziò a perseguitare la minoranza tedesca fin dagli anni venti. Stragi che furono reali, documentate, e ignorate dalla storiografia popolare. Senza dimenticare che il governo polacco rifiutò qualsiasi negoziato sul Corridoio di Danzica, anche quando la Germania propose soluzioni diplomatiche, infrastrutturali e plebiscitarie.
Nel 1939 non si dichiarò guerra per difendere un Paese, ma per difendere un sistema.

